“Isabella Colbran, Isabella Rossini” di Sergio Ragni

Sergio Ragni ha recentemente dato alla stampa, per i tipi di Zecchini, il pregevole studio dedicato a Isabella Colbran, la celeberrima diva del melodramma primo Ottocentesco che mandò in visibilio le platee parigine ed italiane e fu collaboratrice e sposa di Gioachino Rossini. Una dettagliatissima indagine storica e musicologica per approfondire un mondo dorato come quello dell’ opera di fine Sette inizio Ottocento, tra musica, letteratura, arti figurative, moda e costume.

Nel redigere questa monografia su Isabella Colbran, Sergio Ragni, colto e fine musicologo napoletano, ha seguito parallelamente diversi percorsi di indagine (vita privata e professionale), strettamente uniti da molteplici particolari e rimandi che restituiscono al lettore una vivida presenza dell’Artista, tra arte, storia e quotidianità. Una dimensione percettiva sul Personaggio, per dirla cinematograficamente, quasi in 3D. Quanto ha influenzato la sua ‘quotidianità’ una ricerca storica – musicale di questa portata? Ed in che modo, secondo lei, sulla scia di Orazio – e di Parini, poi-  è possibile conciliare il bello all’utile e viceversa, nell’esperienza artistica attuale?

I personaggi che si aggirano per le pagine del mio libro sono gli stessi di cui è impossibile non avvertire la presenza per chiunque venga a farmi visita. La certezza di un’immediata possibilità di comunicazione mi ha illuminato nella formulazione della mia ricerca e nel mio studio. Ho lasciato che gli stessi personaggi si raccontassero. A me è toccato solo il compito di mettere in ordine le loro entrate in scena, i loro dialoghi e qualche volta i loro pensieri. Ormai riesco ad addentrarmi anche in quelli.

Non so se oggi sia sempre perseguibile l’abbinamento tanto sentito dal Parini. Per me resta una meta ideale per raggiungere la quale bisogna almeno sforzarsi.

Un saggio di notevole importanza, una attività di ricerca anche agevolata dal suo leggendario archivio storico e musicale nel segno, non esclusivo, di Rossini. Il suo libro concilia scienza e divulgazione. Un esempio prezioso di scorrevolezza narrativa e di ricchezza filologica da seguire per molti suoi colleghi. La sua ricetta per tanta efficacia?

Trattando di musica cerco sempre di applicare alla mia scrittura una scorrevolezza che mi deriva dalla necessità di una scansione ritmica della frase e della parola. Forse perseguo con la penna, o meglio con la digitazione al computer, quell’agilità di dita che purtroppo non ho sulla tastiera del pianoforte. Anche la spigliatezza dello scritto è frutto di studio e di applicazione. Quello che sembra immediato è invece il risultato di una meticolosa messa a punto non solo delle informazioni ma anche delle parole e delle frasi. Sono sempre attento alla ricerca del termine più adatto o alla sua più giusta collocazione. Le musiche che prediligo sono costruite nella stessa maniera.

In tutte le epoche ritroviamo donne d’Arte. Inserite solo in tempi recenti nella loro giusta dimensione storiografica e, quando è il caso, anche artistica. Isabella Colbran fu nominata membro dell’Accademia Filarmonica di Bologna. Una musicista completa, una interprete ed una compositrice raffinata. I casi di Caterina di Russia o la Margravia Wilhelmine di Bayreuth: quando la sensibilità artistica di una donna convive e dialoga con il Potere. Qualche Sua considerazione.

La sensibilità è propria della donna. Nel caso della Colbran prese forma nella sua totale dedizione alla musica. A carriera conclusa ebbe anche occasione di mettere la sua arte al servizio di una buona causa politica. Tra i tanti sovrani con i quali dovette confrontarsi, Gioacchino Murat, re di Napoli, fu sicuramente quello che meglio corrispose alle sue aspettative. Isabella fu per la corte murattiana un emblema di grande prestigio, garante della supremazia del Teatro di San Carlo in Europa. Anche dopo la restaurazione la Colbran rimase molto legata all’ex regina Carolina Bonaparte, vedova Murat.

Il lettore ideale per il suo saggio?

Chi condivide la necessità di coniugare la precisione con il ritmo e con lo stile; non con la pedanteria.

La dedizione, la passione, la immensa conoscenza, il collezionismo, la grande generosità nel voler condividere con il mondo, musicale e non, le sue ricerche, le sue intuizioni; lei è un punto di riferimento per Rossini e dintorni. Come sente questa responsabilità e quale ruolo, oggi, può avere il privato a confronto con una politica nazionale sempre più disattenta al dato culturale?

Viviamo tempi molto difficili ma evidentemente siamo noi i responsabili. Devo dire che quello di cui lamento maggiormente l’assenza è la professionalità disinteressata. Voglio dire che molte volte la professionalità, quando c’è, è finalizzata non alla condivisione o alla valorizzazione del patrimonio comune, ma all’affermazione personale. Se ognuno di noi rispettasse il principio per cui sulla copertina dei libri il nome dell’autore deve essere più piccolo del titolo tutto funzionerebbe meglio. Anche lo Stato.

Hanno definito, giustamente il Museo Rossini il sogno di Sergio Ragni. Da che età ha cominciato a raccogliere pezzi, quale il cimelio affettivamente più rilevante e cosa vorrebbe aggiungere alla sua collezione?

Ho cominciato da quando raggiunsi l’età della ragione. Non saprei dirle qual è il pezzo cui sono più affezionato o quello che mi manca. So solo che mi piacerebbe corredare il catalogo della mia collezione del racconto del reperimento di ciascun pezzo. Ognuno ha la sua storia, più o meno avventurosa; ognuno un ex proprietario la cui memoria è degna di essere tramandata.

Ancora sulla Colbran. Il Redattore del Reno uno dei settimanali più autorevole del tempo, nell’ aprile del 1807 scriveva “[…]Possiede essa la celeste arte del canto in così sublime grado,[…] l’organo della sua voce è veramente  un incanto  per soavità,robustezza,prodigiosa estensione[…] Perfetto è il metodo e lo stile del suo cantare…”. E Stendhal (in uno dei suoi rari apprezzamenti verso la cantante) affermava  – “lineamenti grandi che, sulla ribalta, sembrano fatali, una figura magnifica, un occhio di fuoco, alla circassa, una foresta di capelli del più bel nero di giada, e finalmente, l’istinto della tragedia. Questa donna… non appena appare in pubblico colla fronte adorna del diadema, incute in tutti un rispetto involontario…”. Durante la stesura del saggio, Sergio Ragni come ha immaginato la ‘sua’ Isabella Colbran? Come ‘la’ racconterebbe in una battuta.

Avevo già ben presente la fisionomia della mia eroina-regina, vittoriosa in palcoscenico. Andando avanti nel raccontarne la storia non ho potuto che rivivere con commozione la tristezza degli ultimi anni della sua esistenza.

Colbran e Rossini due fuochi di una stessa ellisse sustanziata nel teatro musicale. Spesso, a tratti con esagerazione, la Colbran è stata accusata di aver danneggiato, ancorchè inconsapevolmente, la carriera di Rossini. Certo ella condizionò molte scelte del compositore, alla ricerca di un equilibrio tra adesione al gusto personale (Colbran) e piena soddisfazione dell’orizzonte di attesa del pubblico, Napoletano. Quanto peso in certa produzione rossiniana ha avuto il ruolo degli spettatori? Ritiene che il pubblico di oggi vada educato nel segno della tradizione o della avanguardia?

Io sostengo nel mio libro che le vedute estetiche di Rossini e della Colbran coincidevano perfettamente. Se ci fu un condizionamento converrebbe forse chiamarlo più convenientemente un valido motivo d’ispirazione. Tutta la produzione rossiniana  è stata finalizzata al pubblico cui era destinata l’opera. Non a caso Rossini si trovò a dover modificare le sue opere a seconda delle città in cui venivano rappresentate.

Oggi siamo in un’epoca in cui il pubblico ha tutti i mezzi per educarsi da solo: internet, la radio, la televisione, i cd, i dvd sono mezzi, a volte assolutamente gratuiti, che permettono di avere a disposizione un panorama assai ampio di storia della musica, di storia del teatro o di storia dell’arte. Né mi sentirei di abbandonare la tradizione in favore dell’avanguardia o viceversa. C’è bisogno dell’una e dell’altra.

L’essere avanti sui tempi: una ricerca, un’ossessione del nostro presente. L’attualità di Rossini oggi, la sua modernità, allora, presso i suoi contemporanei. Quanto, secondo Sergio Ragni, il passato può ‘spingere’ il nostro presente verso il futuro?

La storia si ripete per cui tenere sotto controllo il passato non può che giovare per affrontare il futuro. Mi sembra che proprio l’opera sia un fenomeno da non sottovalutare perché oggi è la forma di spettacolo che più favorisce l’estro dei grandi registi.

“Isabella Colbran, Isabella Rossini”   pp. 1226 (2 tomi)

di Sergio Ragni

Zecchini Editore, Varese 2012

Incontro con l’Autore – di Claudia Bilotti – Augsdörfer©

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