“Ditegli sempre di si” al Politeama di Lamezia Terme

Non è la follia affascinante o visionaria di un Amleto o di un Re Lear ad invasare il personaggio eduardiano di Michele Murri quanto una follia che mostra il suo lato più umano e malinconicamente drammatico in questa commedia quasi “nera” dagli echi pirandelliani scritta da Eduardo nel 1927 e rimaneggiata nel 1932, precorrendo di quasi mezzo secolo la Legge Basaglia.

La commedia, interpretata da un cast di attori di grande esperienza eduardiana diretti da Maurizio Panici, è andata in scena al Teatro Comunale Politeama di Lamezia Terme facendo registrare il tutto esaurito per entrambe le repliche.
I personaggi si muovono in un décor minimale ma evocativo: Maria Basile Scarpetta ci regala una Teresa frizzante e generosa che, ogni tanto,  fa riaffiorare la propria femminilità, ma con pudore; Renato de Rienzo si muove con disinvoltura nei panni del suo Don Giovanni in salsa partenopea; Vincenzo Merolla ci offre un delizioso Don Vincenzo Gallucci, parvenu imborghesito affetto da un ego smisurato. Gigi Savoia in una mirabile e misurata mutazione/interpretazione schizofrenica si glissa sotto la pelle di Michele Murri mostrando (ma senza eccessi) i sintomi della sua “follia ordinaria”: tremori, incedere balbettante, certa gestualità delle mani, sguardi allucinati o spaventati, sussurri, paranoie…  Il Michele Murri di Gigi Savoia ci restituisce, infatti,  l’immagine di un uomo apparentemente riabilitato e accettato da una società che vive la malattia mentale come una vergogna che provoca umiliazione, emarginazione e isolamento.

In questa sua “rinascita sociale” Michele impone il suo logos piano legato al rigore di un pensiero metodico e lineare e dominato dalla “parola adatta”. Egli rifugge dall’incoerenza di un linguaggio sottomesso alle turbolenze di significati e significanti superbamente incarnati dal suo alter ego Luigi Strada, poeta spiantato e mirabile cantore di Sergio Pròculo, interpretato con sapienza attorale da Massimo Masiello.
Il “folle” si costruisce il suo spazio scenico come una trappola nella quale conduce dolcemente gli spettatori che assistono, divertiti, alla lenta progressione della sua follia fino al crudele e destabilizzante disvelamento che nel sottofinale lascia in bocca un sapore di miele bruciato e nello sguardo la tenerezza di Michele e Teresa che, per mano, lasciano la scena come in un fotogramma di chapliniana memoria.
Ma il finale riserva una sorpresa: la follia è esorcizzata da un divertente siparietto che, nella scena dei bottoni,  ristabilisce l’ordine sovvertito e fa riconciliare il pubblico con il Teatro e con la Vita.
Buio. Applausi. Bravi tutti.

di Giovanna Villella

Credit Ennio Stranieri

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